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1 ottobre 2012

81.2) Dove il loro verme non muore……

Dove il loro verme non muore……


Nel Vangelo di ieri mi ha colpito una frase di Gesù che dice:“Se con una mano, con un piede o con un occhio tu dai scandalo agli altri,” (cioè se il tuo modo di vivere è di ostacolo, di inciampo per gli li altri) ,” è meglio per te tagliarti un mano, o un piede o cavarti un occhio,  anziché essere gettato intero nella Geenna dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.
Ho chiesto al mio amico Frate Antonio da Bergamo  alcune spiegazioni.
Cos’ è questa Geenna?
E cosa c’entra il verme?
La Geenna  era ed è anche oggi un semplice  burrone, che però  ai tempi di Gesù veniva usato come discarica dei rifiuti della città  di Gerusalemme.
Questi rifiuti venivano ammucchiati nel burrone e poi continuamente bruciati per eliminarli completamente.

In questo contesto Gesù non sta parlando di un castigo dopo la morte, tutt’altro.
Accenna semplicemente alla fine che faranno il piede, la mano e l’occhio o addirittura un corpo intero gettati nella Geenna.
Era quindi una  fine duplice: putrefazione e cremazione.

Questi organi o lo stesso intero cadavere si sarebbero putrefatti in mezzo al marciume dell’immondizia, ( dove il verme non muore) o bruciati (dove  il fuoco non si estingue). 
Bene. Ora ne so un pò di più , perchè mi dava fastidio e non mi sembrava giusto  considerare il Vangelo come se fosse   un libro dove si parlava di vermi o cose simili. 




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15 febbraio 2012

21.2) Povero me! Non ho ascoltato la predica folle di Celentano!

Povero me! Non ho ascoltato la predica folle di Celentano!
E adesso come farò a sopravvivere?





Mamma mia, cosa mi sono perso ieri sera!
Per scelta televisiva non assisto mai al festival di Sanremo.
Ma così facendo, Mio Dio, che cosa mi sono perso! 

Sono rimasto a quando lo ascoltavo per radio: dicevano il titolo della canzone, il nome del cantante e partiva la canzone.
Mi ricordo ancora di “Vorrei volare come volan le rondini”, “Una marcia in fa, una marcia in fa, una marcia per favor, per la figlia del dottor.”
E poi “ nel blu dipinto di blu” , “Tu sei romantica,” “Ma piove piove sul mio amor”.
La trasmissione era suddivisa, mi pare già allora, in tre serate, ma durava al massimo  un’oretta per sera.
Non c’erano predicatori folli allora.
iL presentatore diceva " Cari amici vicini e lontani",  il titolo della  canzone, il nome del cantante, del direttore d’orchestra ,  del coro e via con la canzone.

Oggi invece è tutto più complicato e dilatato nel tempo.
Adesso c’è spazio , tra una canzonetta e l’altra, per i predicatori folli e super pagati.
Le canzoni, lasciamole perdere, non le voglio  giudicare,  ma la predica.. sono stato folle anch'io a non ascoltarla.
Cosa deve fare adesso  uno che come me non ha assistito alla predica?
Spararsi? Demoralizzarsi? Demordere? 
Come si può riparare a tanta poca avvedutezza nell’aver saltato di proposito la predica del folle?
Un’idea sul contenuto già me la sono fatta leggendone  il resoconto sui giornali odierni, ma meglio se me la farò riassumere dal mio amico frate Antonio da Bergamo, che sicuramente ha assistito all’evento mediatico 
(anche perchè alla sera nel convento hanno poco o niente da fare).
E il buon frate, mi rassicura: - Stai tranquiillo, che se non hai ascoltato la predica di Celentano, non hai perso niente e puoi continuare tranquillamente a vivere nella ignoranza del suo contenuto predicatorio.
Tanto più che, è parsa a molti una predica preparata a tavolino a favore del settimanale Famiglia Cristiana e del quotidiano l’Avvenire.-
Ma come- dico io- ma se ha attaccato pesantemente questi due giornali?
Questo all’apparenza, - mi fa il buon frate amico – ma in realtà tu sai che parlando male di qualcuno o di qualcosa in televisione, poi questo qualcuno o questo qualcosa diventa di moda e nel nostro caso, questi giornali così pesantemente tirati in ballo aumenteranno per qualche tempo la tiratura.
Quindi rassicurati, non siamo di fronte a una stroncatura di Famiglia e dell’Avvenire, ma a una vera e propria campagna pubblicitaria occulta e ben mirata.
Quindi, il consiglio è di non approfondire ma di lasciar perdere Celentano e le sue prediche folli, e vedrai che vivrai meglio.
E se come sembra, stasera ne farà un’altra di predica, tu vai fuori a cena con gli amici, invece di star lì come un ebete incollato al televisore in attesa del messaggio salvifico.
Ed anzi, a cena invita pure me, che stasera la predica del folle la voglio saltare pure io.-

E allora, caro il mio Celentano, tu stasera e nei prossimi giorni fai pure le tue prediche folli, che tanto  io e il mio gruppo di amici abbiamo di meglio da fare, di fronte ad una tavola ben  imbandita, che starti ad ascoltare.


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24 giugno 2011

115.1) Ergastolo senza sentenza ne colpa.

Ergastolo senza sentenza ne colpa.
Quando si dice la stupidità e l'ingiustizia delle barriere architettoniche.
E si che oggi tocca a me, domani può toccare a te, a chiunque. 



Frate Antonio da Bergamo , nell’espletare le sue attività religiose, si è recato qualche giorno addietro a casa del sig. Xy, un invalido, che gli si era  dichiarato per telefono: “condannato all’ergastolo senza sentenza”.

Giunto davanti all’ingresso del condominio, visto lo sguardo interrogativo del custode, lo prevenne dicendo che doveva recarsi a far visita al sig. Xy.
- Quinto piano. – risposta secca e con tono annoiato.
L’ingresso del condominio, risalente agli anni ’60, era spazioso, con una rampa di sei scalini che portava ad un sopralzo dove c’erano  la guardiola del portinaio e l’ascensore, un vecchio Stigler-Otis con una porta scorrevole di soli 60 cm. e con portata massima di 4 persone.

Arrivato al quinto piano e suonato il campanello , dopo poco venne ad aprire una vecchietta curva e rimpicciolita a causa dell’artrite.
-Prego Padre, si accomodi , io sono la mamma.-
Frate Antonio seguì la vecchietta attraverso il corridoio di una stanza, e su una poltrona posta vicino alla finestra, intravide l’autore della richiesta telefonica di visita, il sig. Xy.
La stanza era di dimensioni 4x3, con un letto e una poltrona, e una sedia a rotelle accanto alla poltrona.
Alle pareti , manifesti di auto da corsa di F1.
Dalla finestra si godeva una bella visuale e lo sguardo poteva spaziare verso la periferia della città.
La vecchietta arrivò con un’ altra sedia che mise proprio davanti alla poltrona: il sig. Xy, dopo avergli stretto la mano invitò Frate Antonio ad accomodarsi.
Di Xy si poteva scorgere soltanto il viso, un braccio e parte del torace; il resto era nascosto da una coperta a quadri.
Di età indefinita, calvo, con spessi occhiali da miope, accompagnava il proprio parlare con calmi gesti della mano e del braccio destri, una mano bianca estremamente fragile, per cui il frate aveva quasi avuto timore a stringerla. 

“ La ringrazio di essersi scomodato, e di essere venuto a farmi visita”.
“Rientra nei miei doveri di religioso il far visita agli ammalati, signor Xy, ma non le nascondo l’estrema curiosità che mi ha portato qui da lei. 
Mi faccia capire però: lei mi ha detto per telefono di essere stato condannato all’ergastolo senza alcuna colpa e senza alcuna sentenza di colpevolezza, e che deve scontare la pena in questa stanza, in questo appartamento". 

“E’ vero, 30 anni fa sono stato vittima incolpevole di un grave incidente automobilistico che mi ha leso la colonna vertebrale, rendendomi gravemente invalido; non posso camminare e ho l’uso solo del braccio e della mano destra.
Dopo essere stato in vari ospedali e centri di riabilitazione, sono tornato qui nella mia casa assieme a mia madre rimasta vedova, e in questo appartamento devo scontare la mia pena peggio di un ergastolano.
Infatti in questo vecchio condominio l’ascensore non consente il passaggio di una sedia a rotelle, ma se anche riuscissi ad arrivare nell’atrio del palazzo, lì ci sono altri gradini, e chi mi può aiutare?
Mia madre è anziana e corrosa dall’artrite, e il portinaio non vuole assumersi responsabilità.
Il risultato è che io sono condannato a vita in questa stanza, al più posso arrivare in cucina o in bagno.

 Ho visto  in televisione che i condannati all’ergastolo hanno delle belle celle, hanno dei laboratori dove svolgono delle attività o sviluppano i loro hobbies, hanno campi da gioco, e persino dei piccoli giardini da coltivare per chi lo vuole.
Solamente quelli condannati al carcere duro, devono "prendere l’aria "da soli, e rimanere isolati. 
Come me! 
Con la differenza che io non ho commesso alcun reato, nessuna sentenza è stata emessa nei miei confronti, e tuttavia io devo fare  vita da ergastolano, non potendomi muovere da questa stanza.
Certo, potrei chiedere di essere ricoverato in un Hospice, ma dovrei abbandonare mia madre .
So che vi sono  le leggi contro le barriere architettoniche, ma perché  ciò nonostante, io sono costretto in questa stanza?"

 Il mio amico frate Antonio non sapeva che replicare e si attenne a frasi vaghe sulla virtù della sopportazione , perché capiva che in buona sostanza qualsiasi cosa avesse detto sarebbe risultata inutile di fronte all’evidenza delle ragioni del suo interlocutore.
Sceso in strada , sulla via del rientro, gli venne spontaneo, al mio amico frate Antonio , di chiedersi quanti ergastolani vivessero in città come il signor Xy, e in Provincia e nella Nazione?
E quanti palazzi-condominio- prigione erano diventati l’ergastolo per tanti portatori di handicap?

Domande alle quali non era delegato personalmente a rispondere, ma che avrebbe volentieri girato a certi architetti, a certi portinai sfaccendati, a certi amministratori di condominio che antepongono l’estetica del palazzo e gli interessi capricciosi dei loro inquilini più danarosi a quelli dei più bisognosi.

Eppure, si disse, ognuno di noi dovrebbe capire che la ruota della vita  gira inesorabilmente per tutti.
Oggi è capitato a me , domani può capitare a chiunque di noi di  aver bisogno di usufruire di un acensore capiente o di uno scivolo per carrozzelle nell’atrio del palazzo,  anche a scapito dell’estetica di levigati gradini in granito o in marmo di Carrara.
Ma quando mai lo capiremo?

P.S. liberamente tratto e adattato dal periodico "Oltre le barriere" edito da Unione Invalidi Civili di Bergamo, che qui si ringrazia.


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21 marzo 2011

53.1) Disabilità e normalità.

Disabilità e normalità.
Pensieri e riflessioni sul mondo della disabilità.

Ho incontrato nei giorni scorsi durante un convegno organizzato dall’Anmic sui temi della disabilità, il mio amico Frate Antonio da Bergamo che da tempo non vedevo.
Egli sa che da anni dono parte del mio tempo libero a questa Associazione che tutela le persone svantaggiate e quindi, dopo i convenevoli, con naturalezza ci ci siamo introdotti sull’argomento della disabilità.
Nel suo argomentare egli mi ha mostrato il punto di vista e le esperienze di un disabile forse inesistente, e tuttavia ho subito capito che quanto mi stava raccontando era frutto di alcune confidenze ricevute da persone disabili.
Ho qui trascritto il senso del colloquio, dando la voce al suo disabile immaginario.

Come ci chiamano.
Nel corso della storia umana si sono usate molte espressioni per definire le persone come noi: storpi, paralitici, zoppi, infermi, subnormali, ecc.
Sono solo parole, ma anche le parole possono aiutare o possono complicare, possono innalzare steccati o favorire il dialogo, possono creare amicizia e solidarietà o suscitare rabbia e ribellione, specialmente quando vengono usate non per valorizzare la persona o per far comprendere meglio una situazione, ma per disprezzare ed emarginare.

Qualche volta fermarsi a riflettere sulle parole può essere stimolante, perchè anche se viviamo nella società dell'immagine, la parola mantiene sempre la sua importanza.


Attualmente sono di moda due parole: handicappato e disabile.
La prima mi sembrava la migliore, anche se io non amo molto i termini stranieri, ma quando ho letto su una rivista l'origine di tale parola mi sono ritrovato a riderci sopra.



Handicap, è un termine usato dagli inglesi nelle corse dei cavalli, dove, per garantire una gara equa, ai cavalli migliori e più veloci vengono assegnati degli handicap (svantaggi), ossia partono dopo quelli "normali".
Se si prova a trasportare questo concetto nel campo umano, il risultato comico che se ne ricava è il seguente: forse che noi handicappati eravamo talmente "superdotati" che nella corsa della vita il buon Dio ha dovuto darci degli handicap per non far sfigurare i "poveri normali"?
Per fortuna di tutti, gli uomini non sono cavalli e la vita non è (o almeno non dovrebbe essere) una competizione, ma un luogo in cui sognare e costruire il nostro futuro e dove nessuno è così handicappato da non aver nulla da donare, e nessuno e così normale da non aver bisogno degli altri.

L'espressione disabile mi appare quindi meno comica, maggiormente realistica e forse più gradita all'orecchio.
In fondo ogni persona possiede le proprie abilità e le proprie disabilità. 

È vero , confrontandomi con gli altri io non so fare alcune cose e per questo vengo chiamato disabile: io sono disabile nel mangiare, nel linguaggio e nella deambulazione, ma mi chiedo allora, a mò di provocazione, perché non vengano etichettati disabili anche coloro che non sanno suonare il violino, coloro che non sanno disegnare o dipingere, coloro che non sanno nuotare, ecc.

Sicuramente ci sono delle abilità "straordinarie" che solo determinate persone possiedono e sviluppano, e delle abilità normali che la maggioranza delle persone possiede e che ci permettono di definire ciò che è normale.

Quindi, che cos'è la normalità?
A grandi linee può essere definita come la capacità di compiere i "normali atti quotidiani": mangiare, vestirsi, lavarsi, lavorare, passeggiare per la strada, curare i propri interessi.
Mi viene spontanea qui una prima riflessione: al giorno d’oggi il rinchiudersi in un ufficio ed usare un computer. è un'attività lavorativa definita normale che può essere svolta egregiamente anche da una persona che non possieda particolari doti fisiche e neanche intellettive (tanto per sfatare anche il mondo dei computer).
Probabilmente poi la stessa persona che oggi è definita normale, non sarebbe in grado di cacciare con una rudimentale lancia, che era una normale attività della preistoria. Ciò per dire che il concetto di normalità è molto variabile e aleatorio.

Cosa significa essere disabili?


Rispondere ad una domanda del genere penso sia un'impresa ardua.
Innanzitutto è bene ricordare che come la categoria umana comprende gli uomini e le donne, gli alti e i piccoli, i belli e i brutti, gli introversi e gli estroversi e via dicendo, anche nella categoria dei disabili ci sono una "varietà infinita di casi". Chiunque abbia incontrato più persone disabili, sa che, grosso modo, tale categoria può essere suddivisa in tre gruppi: disabili fisici, disabili a livello intellettivo, e persone che presentano insieme disabilità sia fisiche che psichiche.
Inoltre in ogni singola persona queste disabilità si presentano in gradi e modalità diverse, per cui anche ogni disabile, come ogni persona su questa terra, è unico e originale, spesso anche nel proprio handicap.

Disabili di serie A e di serie B ?
Comunque è giusto ammettere che anche tra i disabili esistono i disabili di serie A e quelli di serie B.
Io ad esempio sono un disabile fisico, ho una vita molto piena e ricca: leggo, uso il computer, sono inserito in parrocchia, in oratorio, nelle varie realtà del paese.
Ho sempre incontrato persone che mi hanno dato una mano e mi apprezzano come persona.
E penso che gli handicappati fisici siano quelli privilegiati, quelli che in qualche modo, hanno ricevuto i posti migliori nell'universo della disabilità.
A volte io mi sento persino sopravvalutato e ciò mi capita quando leggo sul volto delle persone che incontro lo stupore e la meraviglia, forse perché c'è il pregiudizio che uno che cammina male o non cammina affatto, che ha dei movimenti incontrollati o che emette suoni non proprio angelici dalla propria bocca, sia per forza anche un mezzo deficiente mentale.
Quando tale pregiudizio è abbattuto dalla realtà, ecco che subentra l'ammirazione, l'apprezzamento e a volte, a mio avviso, anche la sopravvalutazione delle capacità.

Quelli che, invece, si trovano ancora in una situazione di emarginazione, quelli che non suscitano ammirato stupore, quelli che anche nelle scuole vengono "sopportati" perché lo impone la legge sull'inserimento scolastico, sono gli handicappati psichici.
Di essi io non posso dire molto e anzi devo confessare che anch'io spesso mi sento molto a disagio nel dialogo con una persona con problemi mentali.
Però è certo che anch’essi sono persone con le proprie potenzialità, con la propria voglia di vivere, e con le quali si possono costruire delle belle amicizie.
Spesso mi è capitato di sentire, da parte delle persone cosiddette normali, che un handicap mentale è preferibile a quello fisico, in quanto la persona che non capisce, per usare un'espressione popolare, non si rende conto della propria situazione e quindi soffre di meno di una persona che fisicamente è impedita ma si rende perfettamente conto di ciò che gli altri fanno e che lui non potrà mai fare.
Personalmente mi trovo in totale disaccordo con tale affermazione, prima di tutto per esperienza personale perchè è vero che a volte si soffre per quello che non si può fare, ma è altrettanto vero e molto bello avere la piena consapevolezza delle molte cose che si possono fare, delle proprie risorse interiori e dei propri limiti.
Inoltre anche l'handicap psichico non corrisponde per forza con l'inconsapevolezza e perciò anche se una persona non "ragiona al cento per cento" (in base a quali canoni di normalità poi non si sa), penso che non sia assolutamente immune dalla sofferenza.

Ritornando alla domanda iniziale: “Cosa significa essere disabili?”, posso tentare una risposta del tutto personale proponendo un paragone.
Per me vedere un ragazzo che corre in scioltezza e in piena libertà, oppure  guardare una persona seduta a tavola che con estrema semplicità e disinvoltura manovra con delicatezza forchetta e coltello, è simile all'ammirazione e allo stupore che una persona "normale" può provare nel vedere al circo un individuo che cammina e danza su una corda sospesa in aria, o le dita di un pianista che saltellano sui tasti di un pianoforte creando una stupenda melodia.
Per il pianista è normale suonare il pianoforte, per il funambolo è normale camminare su una corda, per quasi tutti è normale saper usare forchetta e coltello a tavola.
Per me, che fin dalla nascita mi trovo in questa condizione e perciò non conosco "altre normalità", è normale muovermi male, parlare con difficoltà, ecc.
Per me, in un certo senso, è normale essere disabile.

Io ritengo che la normalità posseduta dalla maggioranza delle persone non possa  diventare l'unico modello di normalità, ma ognuno deve imparare a vivere con la propria normalità e ad interagire con quella altrui, che non è una anormalità o una disabilità, bensì semplicemente una normalità diversa.


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