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25 gennaio 2010

20.0) Ah! La moda di far diventare eroi dei criminali!





Ah! La moda di far diventare eroi dei criminali!

Uno spaccia droga, si arricchisce come un porco, e rovina la mente e la vita di migliaia di giovani cretini.
Lo prendono e lo sbattono in galera.
Bene.
Arriva un giornalista, si fa rilasciare un’intervista e lo convince a scrivere le sue memorie.
Quello che fino a ieri non sapeva a malapena che leggere e scrivere, viene così trasformato in un personaggio di successo le cui interviste e apparizioni televisive nei salotti gossipari vengono contese a suon di migliaia di euro da giornali e televisioni.


Uno è un fotografo e spia la vita intima di qualche personaggio famoso.
Lo ricatta: distruggerà le foto solo in cambio di grosse somme di denaro.
Molti pagano. Qualcuno si oppone, ed egli finisce in galera.
Dopo 15 giorni lo lasciano andare.
Ormai è un personaggio, e rilascia interviste e scrive libri di memoria che vanno a ruba.
Ogni momento è in tv a parlare delle sue porcate e di quello che avrebbe ancora potuto fare se lo avessero lasciato continuare.
E lo pagano, lo pagano, perché appaia in tutti i programmo e in tutti i telegiornali per dire sempre e in continuazione le stesse idiozie.
Ormai è un eroe. Gli adolescenti gli chiedono autografi, e tengono la sua foto nello zainetto.

Un altro spara al Papa e lo ferisce lievemente. Viene preso, processato e condannato a scontare l’ergastolo nella sua nazione di origine.
Dopo 29 anni lo rimettono in libertà .
Ormai è un farneticante. Dice di essere Gesù Cristo.
Dice che vuole andare a convivere in Vaticano con il successore del Papa che ha ferito .
Dice che rivelerà il terzo, il quarto e il quinto segreto di Fatima.
Promette che scriverà un libro delle sue memorie. Che parlerà degli ante, dei fatti e dei misfatti da lui compiuti, in questa vita e nelle sue vite precedenti.
Lo intervistano in mille. Fanno la coda davanti al suo albergo per intervistarlo.
Lo invitano in tutte le televisioni del mondo.
Lo coprono d’oro.
Lo fanno diventare un eroe.
Eppure non è altro che un povero demente bisognoso di cure psichiatriche , da far vivere tranquillo in qualche oasi di verde vicino al lago, che calma la mente.

Ah! La moda di far diventare eroi dei criminali!
La moda di non parlare mai degli atti di eroismo quotidiano delle persone normali.
Solo il marciume, viene evidenziato ed eroizzato da questa povera società di merda in cui viviamo.

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12 maggio 2009

246) Credo siano in pochi a sapere che il Milan fu fondato da un inglese.




Credo siano in pochi a sapere che il Milan fu fondato da un inglese.
I believe is in few to know that the Milan was founded by an English.


Eppure è così!
Si tratta di un certo Herbert Kilpin, il quale lasciò Nottingham (Gran Bretagna) per l'Italia nel 1890.
Nel 1899 Kilpin e altri 5 suoi allegri compagnoni, su di giri dopo una memorabile bevuta in una taverna milanese, decisero di fondare un club calcistico, quello che sarebbe poi diventato una delle più vittoriose squadre di calcio al mondo.
Egli fu di questo club il primo allenatore e capitano, nonchè grande giocatore. Fu egli stesso che progettò la divisa della squadra. Si dice che abbia detto : "Noi siamo una squadra di diavoli. I nostri colori siano il rosso per indicare il fuoco, e il nero per incutere paura ai nostri avversari!"
Herbert Kilpin era nato a Nottingham il 28 gennaio 1870 e cresciuto con nove tra fratelli e sorelle a 129 Mansfield Road. Dopo aver lasciato la scuola ha lavorato in un magazzino tessile della città. Kilpin era un appassionato calciatore e ha giocato in difesa e centrocampo per due squadrette di oratorio.
Nel 1891, si trasferisce a Torino a lavorare per Edoardo Bosio, un mercante tessile italo-svizzero che aveva fondato nello stesso anno la squadra di calcio "Bosio Internazionale Torino",(oggigiorno semplicemente "Torino") e credeva di essere il primo ad aver fondato un club di calcio in Italia.
Kilpin entrò a far parte del team, e divenne il primo giocatore straniero a giocare a calcio in Italia. Trasferitosi a Milano, gli cambiò la vita, come detto, la Fiaschetteria Toscana, fumosa taverna di Milano che Kilpin e alcuni colleghi inglesi, tutti amanti di cricket, frequentavano assiduamente. Qui ebbero l'idea di fondare una squadra di cricket e di calcio milanese con i colori rosso e neri, che chiamarono "Milan Cricket Football Club". Con Kilpin in campo e come allenatore, questa squadra di calcio vinse il primo titolo di campionato già nella seconda stagione (1901).

Pur essendo Kilpin un personaggio capace di giocare in qualsiasi ruolo, certamente non sarebbe stato uno dei migliori giocatori di Inghilterra, ma in Italia, ai primordi del calcio, divenne un eroe. Kilpin era famoso per il suo bere. Egli teneva sempre nello spogliatoio una bottiglia di whisky a portata di mano per affogare le delusioni e ammorbidire il colpo della partita non vinta.
Con lui in campo la squadra vinse altri due campionati nel 1906 e 1907.
Herbert Kilpin morì in povertà nel 1916, a soli 46 anni di età. Nessuno sa come sia morto ne dove fosse stato sepolto.Tuttavia, nel corso del 1990 uno storico dilettante nonchè tifoso del Milan, di nome Luigi La Rocca, dopo mesi di ricerca, rintraccò la tomba di Kilpin nel Cimitero Comunale di Milano. Essa non aveva alcun riferimento al suo nome e si trovava in una parte del cimitero riservato ai protestanti. Nel 1999, l'AC Milan ha fatto coniare una nuova lapide ed ha fatto collocare i resti mortali del suo illustre fondatore e superstar nel Cimitero Monumentale di Milano.

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9 ottobre 2008

50) In ricordo del “Che”





In ricordo del “Che”
Il 9 ottobre 1967 Ernesto Guevara, detto il “Che”, veniva assassinato a sangue freddo nella scuola di un villaggio boliviano da un gruppo di militari locali agli ordini di un agente della Cia americana divenuto consigliere dell’esercito boliviano.
Dopo aver partecipato alla rivoluzione cubana di Fidel Castro contro il dittatore Fulgencio Batista, il Che aveva iniziato, con un ristretto gruppo di seguaci, una nuova impresa rivoluzionaria in Bolivia, per cercare di ridare dignità ad un popolo martoriato dalla povertà, dalle diseguaglianze economiche e dalle ingiustizie sociali.
Egli era convinto che il consenso popolare fosse indispensabile per la rivoluzione, e quindi insieme a una cinquantina di guerriglieri intraprese piccole battaglie, numerosi atti di guerriglia e di sabotaggio contro alcune postazioni governative, con lo scopo di stimolare nella popolazione sentimenti rivoluzionari, che, ingigantendosi, avrebbero portato ad una insurrezione armata generale.
Tuttavia in Bolivia il suo idealismo si scontrò ben presto con una realtà ben più complessa di quanto immaginasse.
Il popolo dei contadini, influenzato dalla propaganda e dalla repressione governativa, guardò con diffidenza quegli stranieri che dicevano di combattere per loro, e il gruppo di Che Guevara rimase sempre più isolato nella considerazione generale.
Si dice che il Che, incapace di compromessi con un mondo pieno di sopraffazioni verso i deboli, nel suo ultimo scontro a fuoco con l’esercito regolare della Bolivia, sia forse stato anche alla ricerca di una morte gloriosa e precoce, per rendere immortali i suoi principi di eterno rivoluzionario in conflitto con la società, della quale voleva riparare in un colpo solo tutte le storture e le ingiustizie .
Ancora oggi,la figura di Ernesto Guevara, detto il Che, è il simbolo della lotta per la libertà e l’emancipazione dei popoli del terzo mondo, e la sua immagine di eroe ideale, incapace di compromessi anche a costo della vita, resta un mito per generazioni di giovani in tutto il mondo.

A distanza di 41 anni dalla sua morte, anch’io ho voluto dedicargli un pensiero riconoscente.


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