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17 maggio 2012

55.2) Che bell'affare uscire dall'euro!!

Quando siamo passati dalla lira all'euro ci abbiamo rimesso la metà della nostra ricchezza.
Abbiamo dato duemila lire per un euro che si è subito dimostrato valerne solo mille.

Se adesso usciamo dall'euro , ci daranno non più di di 500 lire per ogni euro che restituiamo, e quindi dimezzeremmo di nuovo la nostra attuale ricchezza.

Poi, una volta usciti dall'euro dovremo comunque continuare a pagare in euro i debiti verso gli altri Stati e quindi , per bene che ci vada, i creditori vorranno da noi almeno mille lire ( se non di più) per ogni euro di debito , e qui un'altra volta dimezziamo il nostro capitale.

Inoltre la lira, per essere competitiva sui mercati, dovrà essere svalutata di almeno il 40- 50 %, e ciò vuol dire che noi pagheremo il 40- 50% in più quello che acquistiamo, e quindi un'altra volta saremo ancora più poveri.

E avanti così, fin quando non ce ne sarà più per nessuno, tranne che per quella ventina di famiglie miliardarie che non hanno mai pagato le tasse e che se ne sono sempre fregate della lira, dell'euro e di noi poveri cristi che crediamo di fare chissà mai quale affare ad uscire dall'euro.

Adesso noi , con la rabbia che abbiamo in corpo contro i nostri politici, vorremmo imitare la Grecia, ma ci conviene pensarci bene prima di farlo, perchè poi le Nazioni che piangono saranno due.


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21 novembre 2011

178.1) Che c’entro io col Debito Pubblico?



Che c’entro io col Debito Pubblico?
Non c’è italiano che in questi giorni non si sia chiesto cosa sia il debito pubblico, come e perché si sia formato, chi abbia contribuito a farlo diventare così mostruoso, e soprattutto che “cosa c’entro io con questo debito Pubblico?”.

La storia è lunga.

Le spese che uno Stato sostiene, sono finanziate o con le riscossioni fiscali (tasse e imposte) oppure con l'emissione di titoli di Stato, da far acquistare a qualcuno che fornisce così la necessaria liquidità.

L’ammontare dei titoli di Stato in circolazione non è altro che il Debito Pubblico e per attirare i capitali ed invogliare i privati o le banche a sottoscriverlo, è necessario su questo prestito, pagare un interesse.

I capitali raccolti tramite il Debito Pubblico possono venire utilizzati in modo corretto o in modo scorretto.
E’ scorretto che lo Stato utilizzi i capitali ricavati dall’emissione di titoli pubblici per
- finanziare le spese correnti ordinarie in quanto la situazione rischia di degenerare in poco tempo: una volta spesi questi soldi, non ci saranno più le risorse per rimborsare il debito e gli interessi.
Lo Stato dovrà allora ricorrere alla formazione di un ulteriore debito e la spirale di interessi su interessi lo manderà in fallimento .
Fallire significa dichiarare non validi i titoli di Stato, cioè rifiutare il loro rimborso.
In questo caso lo Stato non troverà più nessuno, per alcune generazioni, che sia disposto a sottoscrivere nuovi titoli del Debito Pubblico.

- Se i prestiti vengono invece impiegati correttamente in investimenti strutturali, per esempio nella costruzione di strade, ferrovie, industrie, scuole, ospedali, carceri, aeroporti etc. etc.,  la capacità produttiva dello Stato aumenta, e con essa anche le sue risorse economiche, quindi aumenteranno anche le entrate fiscali e tutto questo metterà in grado lo Stato di restituire sia il debito che gli interessi, restandogli magari ancora qualcosa in cassa.
È esattamente quello che abitualmente capita nell'economia privata delle famiglie.

In Italia, negli ultimi decenni i governi sono ricorsi sempre più frequentemente al prestito pubblico anche per finanziare, purtroppo, le spese ordinarie. 
Tali spese, che dovrebbero invece essere coperte dalle entrate ordinarie del fisco, sono state finanziate con l'emissione di nuovi titoli, che hanno accresciuto ovviamente l'ammontare del debito.
Per giudicare se la la situazione del debito di una Nazione sia o meno allarmante, più che il suo ammontare assoluto, occorre considerare la capacità di quella Nazione di provvedere sia al rimborso del valore nominale dei titoli che al pagamento degli interessi, e poiché i soldi necessari devono venire prelevati da ciò che una Nazione produce annualmente (cioè dal suo prodotto interno lordo o PIL) è quindi essenziale che si mantenga una certa proporzione fra il debito pubblico e il PIL.

L’Europa chiede agli Stati membri che l'ammontare ideale del Debito Pubblico non superi il 60% del rapporto con il PIL (cioè, se facciamo pari a 100 ciò che produce annualmente l’Italia come ricchezza, i titoli del Debito Pubblico in circolazione non devono superare l'ammontare di 60).
Ad inizio 2009 il debito italiano era invece al 106%, ma purtroppo ha ricominciato a salire ed ha raggiunto in questi giorni l'altezza considerevole del 120% del Pil.
Ciò vuol dire che le nostre Autorità spendono per spese non strutturali, cioè che non accrescono la ricchezza dell'Italia.sempre più di quanto incassano .
Ne sono seguiti il declassamento dell’Italia nella valutazione delle agenzie internazionali di rating e i continui richiami dell’Europa ad invertire la tendenza, fino a causare la crisi del governo Berlusconi e la nascita del nuovo governo Monti.

E’ chiaro quindi che la domanda iniziale.- “ e io che c’entro?”- trova la sua risposta in un impegno da parte di tutti noi per contribuire ai sacrifici che ci verranno richiesti, naturalmente in proporzione alle nostre effettive capacità contributive, attraverso un’ opera di equità sociale che prevede che “chi più ha, più paghi”.

IL compito del nuovo governo è quindi quello di stanare gli evasori fiscali (quelli che hanno ma non pagano), di abolire i privilegi e le sacche di ingiustizia fiscale(le varie Caste e i potentati economici), in modo da ridurre gradualmente. ma con decisione, il debito pubblico verso la rotta del 60% del Pil.

Che Dio lo aiuti in questa difficile impresa, e aiuti noi italiani tutti a sopportare i sacrifici che ci verranno richiesti da un esecutivo di tecnici finalmente efficiente che governi a tempo pieno e senza scandali rosa o azzurri che siano.


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8 agosto 2011

137.1) In economia , per l’Italia, serve il piano B e sarà doloroso

In economia , per l’Italia, serve il piano B e sarà doloroso.





Come fare per ridurre il debito pubblico italiano?
l nostro debito pubblico è tra i più alti al mondo, arrivando alla smisurata cifra di circa 1.850 miliardi di euro, facendo  equivalente  a oltre 30 mila euro il debito di  ciascun cittadino.
Un debito pubblico elevato impedisce di fatto a un Paese di spiccare il volo della ripresa, visto che ogni anno decine di miliardi di euro, invece di essere  investiti per lo sviluppo delle imprese e per il mondo del lavoro in generale, se ne vanno per pagare gli interessi corrisposti ai detentori delle obbligazioni statali e dei buoni del Tesoro.

Per ridurre drasticamente il livello del debito pubblico ci sono sul tavolo alcune proposte.
1) Imposta patrimoniale (per tutti)
 Secondo questa ipotesi lo Stato dovrebbe prelevare in media a ogni italiano (a seconda del patrimonio posseduto) circa 10.000 euro (pari a un terzo del debito pubblico pro capite) e in modo graduale, al fine di abbassare il debito dal 120% all’80% del Pil.
Questa ipotesi, oltre che dall’enormità della cifra da prelevare dalle tasche degli italiani pari a 600 miliardi di euro, e a un pesante costo politico per il governo che la dovesse varare , trova però una contestazione di merito: chi ci garantirà che, una volta pagata questa sovrattassa, il debito non torni a salire per effetto di nuove incapacità politiche dei nostri governanti?


- 2) Imposta patrimoniale (solo per ricchi)
Secondo alcuni studiosi occorre varare una patrimoniale sulle grandi ricchezze per mettere il Paese al riparo dalla speculazione finanziaria, accanto a una riforma fiscale che riesca a ridare fiato ai redditi da lavoro dipendente e alle pensioni.
C’è chi ha rilevato come questa proposta sia inattuabile, perché le persone intestatarie di grandi ricchezze sono in Italia in numero esiguo, sia per l’alta evasione fiscale che le contraddistingue, sia perchè leggi di favore per i ricchi sono sempre state approntate dai nostri parlamentari di ogni tempo e partito, che hanno fatto in modo di consentire ai ricchissimi di occultare in mille modi i loro capitali.

- 3) L’Italia venda il patrimonio pubblico
Per alcuni occorrerebbe un grande progetto di privatizzazione del patrimonio pubblico, da cui si ricaverebbero risorse per l’abbattimento del debito pubblico.
 L’ obiezione è che ormai in Italia ci sia rimasto ben poco da dismettere , se non vendere quell’ulteriore parte del patrimonio immobiliare pubblico, a cui già attingono, tra l’altro, molti enti locali per sanare le loro  casse sempre più in rosso.

4) - Tassazione dei redditi da capitale
Altra proposta è quella di aumentare la pressione sulle rendite finanziarie , cioè sui redditi da capitale e sulla speculazione di borsa,  oltre la media attuale del 12,5 per cento. 
Tuttavia si dovrebbero esentare dall’aumento quegli investimenti con funzione “previdenziale” adottati dalle fasce medio - basse, che hanno acquistato titoli di Stato, azioni, e fondi comuni per investire i rispami di tutta una vita lavorativa.
5) - Lotta all’evasione
L’Italia è al primo posto in Europa, con circa il 50% del reddito imponibile evaso. Le imposte sottratte all’erario ammontano a 159 miliardi di euro l’anno.
E proprio dalla lotta agli evasori, con tutte le difficoltà che comprende una tale operazione, potrebbe provenire una somma da destinare all’abbassamento del debito.

6) il consolidamento del debito pubblico
E’ l’ipotesi peggiore perché implicherebbe che lo Stato non garantisce più il rimborso dei propri titoli e delle proprie obbligazioni a coloro che li hanno sottoscritti.
Avete prestato dei soldi allo Stato?
Cittadini miei, avete fatto male i vostri conti. 
In cassa non c’è  più una lira per rimborsarvi.
I vostri crediti sono diventati carta straccia.
Lo Stato sanziona in questo modo il proprio fallimento economico, e si troverà ben presto  a dover fronteggiare una probabile insurrezione popolare di piazza, con rischio di guerra civile tra le classi sociali.



A tutte queste ipotesi molte delle quali facilmente realizzabili con un governo che voglia governare sul serio ed altre a volte dolorose e catastrofiche, si possono aggiungerne altre che vengono discusse tra gli studiosi in questi giorni.
  Il governo sta  infatti studiando il piano B per intervenire ad attenuare le conseguenze del crollo del mercato borsistico, con queste ipotesi sul tavolo:

A) Tassa sui depositi bancari
A quanto ammontano i depositi bancari italiani?
La consistenza dei depositi bancari è in Italia di oltre 600 miliardi di euro.
Se il governo dovesse decidere di tassarli con una tassa patrimoniale, da applicarsi direttamente dalle banche sui depositi dei clienti, si avrebbero questi risultati:
con una tassa del 10% ricaverebbe circa 60 miliardi di euro.
con una tassa del 20% ne ricaverebbe circa 120
con una tassa del 50% ne ricaverebbe circa 300.
Gli italiani diventerebbero meno ricchi per una quota parte o addirittura per la metà esatta dei loro risparmi, ( nel caso peggiore) .
Lo Stato avrebbe subito a disposizione da 60 a 290 miliardi liquidi da investire obbligatoriamente  per la riduzione del debito pubblico.

Oltre a questa drastica decurtazione e dolorosa sforbiciata , ogni anno andrebbero poi destinate alla riduzione del debito pubblico le seguenti altre misure:

B) L’abolizione delle provincie, che garantirebbe risparmi di spesa di 2,5 miliardi all’anno. 

C) I tagli agli stipendi dei politici, con relativa abolizione delle auto blu, costi di rappresentanza, uffici stampa, e segreterie generali e particolari che garantirebbero meno spese per 1 miliardo annuo.

D) la riduzione delle spese militari
Oggi, queste spese ammontano a 20  miliardi annui, , molto  di più di quanto si investe per l’educazione., la scuola e l’università.
Queste spese militari si potrebbero ridurre almeno della metà ogni anno.

Fermiamoci qui.
Un governo che voglia tirarci fuori dalla palude in cui siamo caduti, se davvero lo vuole, le risorse per risollevarci le può trovare.
A volte dolorose, a volte meno, ma quasi tutte necessarie per il bene dell’Italia.



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13 marzo 2011

46.1) I leghisti sul marciapiede.

I leghisti sul marciapiede.



Anche a me l’inno di Mameli non mi piace.
Lo trovo brutto, abbastanza incomprensibile nei versi e musicalmente mediocre, da marcetta di suffraggette da oratorio.
Ma è stato scelto a suo tempo dal Parlamento italiano come inno nazionale della nostra Patria.
E allora lo rispetto, e mi rendo conto, unendomi al canto di tante altre persone pur non capendo bene il significato di quello che sto cantando, che in quel momento esprimo e sono orgoglioso di esprimere anch’io, il concetto di Italia, quale nostra Patria fondata 150 anni fa.

I leghisti che se ne escono dall’aula del Consiglio comunale di Milano non appena all’inizio della seduta consiliare viene intonato l’inno di Mameli, dove vanno?

Fuori dall’aula non si vengono a trovare forse  su un marciapiedi di una strada italiana?
Perché Milano, anche se gli fa schifo ammetterlo, è ancora in Italia.

E sono certo che sulla busta paga che i leghisti, sia quelli in parlamento che nei consigli regionali e comunali ricevono ogni fine mese, c’è lo stemma della Repubblica Italiana, non quello della Padania.
E quei soldi, il più delle volte immeritatamente percepiti (vero Renzo Bossi?), provino, provino se ci riescono a spenderli nella loro mitica Padania, che non esiste se non nelle loro menti bacate e corrotte.

Si, corrotte perchè tempo fa hanno cercato di fondare una banca al Nord e hanno dovuto prontamente fare marcia indietro per la loro incapacità manageriale e hanno limitato i danni evitando il fallimento corrompendo un famoso banchiere poi a sua volta inquisito.


Ma torniamo al marciapiede di Milano.
Dicevamo che i leghisti usciti dal Consiglio comunale di Milano per l’antipatia cronica al canto di Mameli, si sono venuti a trovare su un marciapiedi di una strada italiana.
Ma forse a loro non interessa dove sia situato fisicamente il marciapiede.
L’importante, per loro, è stare sul marciapiedi, e non nell’Aula consiliare.
Gli interessa,  evidentemente,  fare vita da marciapiede.

E chi finora faceva la vita da marciapiede erano le prostitute, i trans gay, gli spacciatori.
Adesso a costoro si sono uniti anche i leghisti insofferenti dell’amor di Patria.

Tutte categorie di persone di cui diffidare.



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25 settembre 2010

176.0) La Lega e il Profumo dei soldi.


La Lega e il Profumo dei soldi.
I leghisti, che si dicono  estranei al maneggio dei soldi , in realtà possiedono al Nord  le più importanti Fondazioni bancarie, le quali  sono a loro volta proprietarie di alcune banche.
In una di queste, all'Unicredit, alla Lega adesso  i soldi  dell’ingombrante amicone  libico dell’ amico Silvio gli sono venuti a puzzare.
E hanno fatto cacciare Profumo, il fondatore dell’unica  vera grande  banca  italiana. 
Il fine odorato dei leghisti, che non fa distinzione sulla provenienza magari illecita o malavitosa di certi depositi bancari, pretende adesso  che i soldi non abbiano  odore musulmano e che soprattutto  siano spesi al Nord, nelle loro aziende, e magari a gratis.
Ah, i moderni economisti!
La Lega che parla di banche e fa dimettere i banchieri capaci!
La Lega che ne aveva una  di banca , anni fa , e l’ha fatta fallire in cinque mesi.
Si chiamava  CrediEuronord ed ancora non ha risarcito tutti i danni  ai poveri cristi che avevano creduto nell'operazione.

Che coerenza, ragazzi!
Ah, il Profumo dei soldi.
Tutto per qualche  voto in più
e  potersene stare  a Roma a comportarsi da ladroni
come tutti gli altri.


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447)
Ci vorrebbe un licenziatore di incapaci...


16 settembre 2009

369) La riforma sanitaria in USA si scontra con le lobbies dei razzisti.


La riforma sanitaria in USA si scontra con le lobbies dei razzisti.




Obama sta proponendo la riforma sanitaria ai cittadini degli Stati Uniti.
A noi in Italia sembra una cosa da niente, perché noi la sanità pubblica, bene o male, ce l’abbiamo dal dopoguerra.

La riforma proposta, dice Obama, peserà sicuramente sul bilancio della Nazione, ma costerà meno di quanto siano costate le guerre in Irak e in Afganistan degli ultimi anni.

Ma le ricche lobbies statunitensi sono contrarie:
adesso anche i poveri e i negri si potranno curare dalle malattie.
Non c’è più giustizia.
In che mondo malvagio viviamo.
E per quanto riguarda i morti nelle due guerre citate da Obama, almeno i morti sono morti e non ci pensiamo più, mentre tutti questi poveracci ammalati che verranno guariti poi si ammaleranno di nuovo e così via, e bisognerà guarirli e ricoverarli in ospedale, con costi sanitari altissimi per la collettività.

E' meglio che si vada avanti così, senza la riforma proposta da Obama: chi si ammala, se non ha i soldi crepi pure, tanto era già un fallito nella vita.
Chi invece ha un conto in banca è giusto che i soldi li spenda per guarire dalle malattie e per mantenersi in perfetta salute.

Questo Obama cosa vuole?
Il comunismo, il collettivismo è finito persino nei paesi socialisti.
E adesso lui vuole portarcelo qui in America?

Meglio, molto meglio, se l’anno scorso, invece di un negro, avessimo votato per un Presidente bianco.
 
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9 agosto 2009

326) E’ un agosto troppo caldo per la testolina di Bossi.









E’ un agosto troppo caldo per la testolina di Bossi.





Bossi,
sempre seguito a ruota dai suoi due fedelissimi Roberto, il Calderoli e il Castelli, in questo caldo mese d’agosto straparla a più non posso di dialetti, di bandiere, bandierine, e gabbie salariali.
Adesso vuole sistemare il figlio neo diplomato desideroso di studiare agraria, e lo affida al segretario leghista dell’Aquila: “Mi raccomando, insegnagli come si fanno le scelte delle zone rurali da trasformare in edificabili . Quando prenderà il mio posto così saprà come fare e dove mettere proficuamente le mani “
Ma soprattutto, la perla del caldo agostano che gli ha spappolato il cervello è questa, che per lui, antipapista per eccellenza, è una mostruosità: ”A capo dell’Europa, dovrebbe esserci il Papa”.
La frase è talmente idiota che non tutti i giornali l’hanno commentata.
Chissà cosa si aspetta che faccia il Papa in Europa. Forse una nuova crociata contro gli invasori musulmani, forse una nuova battaglia di Lepanto contro li turchi, o forse semplicemente non sapeva quel che diceva.
D’altronde, il cervellino di Bossi non può che girare a vuoto in questa calura agostana, attorniato com’è da quei due, uno dei quali, il Calderoli, gli butta lì, un giorno si un giorno no, l’idea delle bandiere e dei dialetti regionali e l’altro, il Castelli, gli suggerisce ogni momento di obbligare il ministro Tremonti a fondare una banca del sud, dopo che proprio lui, il Castelli, che di economia evidentemente se ne intende così come se ne intendeva di giustizia ai tempi in cui era Guardasigilli, in pochi anni è riuscito a far fallire una banca leghista al nord e a distruggere varie aziende tipo la Innse ed altre, per averle fatte gestire da investitori speculatori cannibali suoi amici e da lui raccomandati.
Mi fa un po’ pena il Bossi dal cervello così accaldato, e spero che qualche temporale d’agosto e un settembre dal clima un po’ più mite ce lo restituiscano sempre fuori di testa si, ma con meno stravaganze.
Si liberi per almeno un mese della presenza ingombrante di quei due, e torni a mettersi in canottiera come ai bei tempi cosicchè, oltre alle spalle gli torni a respirare anche la testolina.
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18 luglio 2009

307) Questa è la storia del re Debito Pubblico e del principe Pil che avevano mire bastarde sulla principessina Italia, e volevano rovinarla.

Qui si narra la storia del re Debito Pubblico e del principe Pil che avevano mire bastarde sulla principessina Italia, e l’avrebbero rovinata con piacere, ma lei non ci stava.




Poi arrivò il Cavaliere azzurro, (chiamato papi dalle minorenni), con le sue televisioni commerciali, e lei si lasciò sedurre volentieri.


Siccome in questi giorni sui giornali non si parla d'altro che di Debito pubblico e di Pil, noi del bar, che su tali argomenti ci sentiamo del tutto impreparati, ci siamo rivolti agli intellettuali della compagnia, il prof. Asdrubale e frate Antonio da Bergamo, perchè mettessero in grado anche noi poveri sempliciotti, di capirne qualcosa.
Per una volta abbiamo accantonato le nostre discussioni sul calcio mercato e le donne e ci siamo messi diligentemente in ascolto dei due sapientoni.

Il Debito Pubblico Italiano
Le spese che uno Stato sostiene, sono finanziate o con le riscossioni fiscali o con l'emissione di titoli di Stato, da far acquistare a qualcuno che fornisce così la necessaria liquidità.
L’ammontare dei titoli di Stato in circolazione non è altro che il Debito Pubblico e per attirare i capitali ed invogliare i privati o le banche a sottoscriverlo, è necessario su questo prestito, pagare un interesse.

Se i capitali raccolti tramite il Debito Pubblico vengono utilizzati dallo Stato per
- finanziare le spese spese correnti ordinarie, la situazione rischia di degenerare in poco tempo: spesi questi soldi non ci sono più le risorse per rimborsare il debito e pagare gli interessi, e lo Stato dovrà ricorrere alla formazione di un ulteriore debito e la spirale di interessi su interessi manderà in fallimento lo Stato.
Fallire significa dichiarare non validi i titoli di Stato, cioè rifiutare il loro rimborso.In questo caso lo Stato non troverà più nessuno, per alcune generazioni, che sia disposto a sottoscrivere nuovi titoli del Debito Pubblico.

- Se i prestiti vengono invece impiegati in investimenti strutturali, per esempio nella costruzione di strade, ferrovie, industrie, la capacità produttiva dello Stato aumenta, e con essa anche la produzione, quindi aumenteranno anche le entrate fiscali e tutto questo metterà in grado lo Stato di restituire sia il debito che gli interessi, restandogli magari ancora qualcosa in cassa.
È esattamente quello che abitualmente capita nell'economia privata delle famiglie.

In Italia, negli ultimi decenni i governi sono ricorsi sempre più frequentemente al prestito pubblico anche per finanziare, purtroppo, le spese ordinarie. Tali spese, che dovrebbero invece essere coperte dalle entrate ordinarie del fisco, sono state finanziate con l'emissione di nuovi titoli, che hanno accresciuto ovviamente l'ammontare del debito.
Quasi tutti gli economisti concordano sul dovere, per uno Stato, di non mantenere un Debito Pubblico elevato, che può risultare inflazionistico, ma noi sappiamo bene quanta inflazione abbia creato la Banca d’Italia stampando soldi per pagare il Debito Pubblico.
Tra tutte le critiche che sono state mosse all'euro forse l'unico vero vantaggio della introduzione di questa moneta unica europea consiste nell'indipendenza della Banca Centrale Europea dai governi dei singoli Stati e comportamenti così inflazionistici come quello attuato negli anni dal nostro Istituto bancario centrale non sono più possibili.
Per giudicare se la la situazione del debito di una Nazione sia o meno allarmante, più che il suo ammontare assoluto, occorre considerare la capacità di quella Nazione di provvedere sia al rimborso del valore nominale dei titoli che al pagamento degli interessi, e poiché i soldi necessari devono venire prelevati da ciò che una Nazione produce annualmente (cioè dal suo prodotto interno lordo o PIL) è quindi essenziale che si mantenga una certa proporzione fra il debito pubblico e il PIL.
Non esistono criteri fissi per stabilire tale proporzione; in effetti, oggi il Debito Pubblico raggiunge in tutti i Paesi percentuali elevate del PIL, fino ad oltre il 100%, e tale situazione può essere sostenuta in quanto i titoli del Debito Pubblico hanno scadenze molto lunghe o possono venire rimborsati alla scadenza naturale emettendo nuovi titoli, cioè contraendo nuovi debiti che sostituiscano quelli estinti.
E’ ovvio che un simile meccanismo consente di trasferire, di fatto, l'onere del debito alle generazioni future (purtroppo noi addossiamo ai nostri figli e nipoti il fatto di aver voluto vivere al di sopra delle nostre possibilità economiche).
Oggi i mezzi finanziari che servono per rimborsare il Debito Pubblico e i relativi interessi rappresentano una proporzione rilevante del bilancio di un Paese, e dato che il denaro per l'estinzione del Debito Pubblico viene raccolto principalmente attraverso la tassazione, l'ammontare del Debito Pubblico è un fattore importante per la determinazione del prelievo fiscale sul reddito prodotto da un paese (più alto è il debito pubblico di un Paese e più alte saranno le tasse di quel Paese,perchè oltre alle spese ordinarie c'è da rimborsare anche il Debito e gli interessi sul debito)

Cos' è il PIL?
Il PIL è un indicatore molto improprio, chiamato anche metro del benessere di una Nazione, ed è basato esclusivamente sull’ammontare delle transazioni economiche che avvengono in un determinato Paese. E’ un indicatore improprio in quanto accanto alle transazioni economiche creatrici di ricchezza (quali il reddito pro-capite, l’allungamento della speranza di vita e quindi l'andata in pensione più in là negli anni, le scoperte e i ritrovati della scienza e della tecnologia,un maggior tasso di alfabetismo e di scolarizzazione, la costruzione di strade,industrie, attività commerciali e di servizi, infrastrutture, etc.), esistono anche delle transazioni economiche derivanti da situazioni di malessere sociale (si pensi alle spese sostenute per disinquinare l’ambiente, per la lotta alle malattie derivanti da disastri ecologici, alle spese per combattere la mafia e la criminalità, a quelle per le controversie giudiziarie, per le separazioni coniugali e i divorzi. Tutte queste spese sono sintomi di un danno per l'ambiente e per la società, e non solo non aumentano la ricchezza di una Nazione, ma contribuiscono ad impoverirla).
Molti economisti suggeriscono il superamento del concetto di PIL, ma ad oggi, pur con le sue imperfezioni, è l’indicatore più accettato nell’ economia mondiale.

Un pò di Storia sul debito pubblico italiano .
Dopo la Seconda guerra mondiale, ci fu in Italia una fase di stabilizzazione, caratterizzata da una politica di bilancio austera che fece scendere il Debito Pubblico al di sotto del 50% del PIL.
Il debito ricominciò a crescere negli anni Sessanta per effetto della politica volta a stimolare lo sviluppo economico per mezzo degli investimenti pubblici, ( politica che fu una delle cause determinanti del cosiddetto "miracolo economico italiano").
Negli anni Settanta il forte rallentamento della produzione e l'inflazione a due cifre accelerarono nuovamente la crescita del rapporto fra debito e PIL.
Verso la fine degli anni Ottanta varie cause portarono ad una nuova incontrollata crescita del debito, fino a raggiungere il 125% del PIL.

Il rapporto tra deficit e Pil
Dal punto di vista economico è anche molto significativo osservare la relazione fra il disavanzo di bilancio (ossia l'ammontare delle spese non coperte da entrate fiscali o deficit) e il PIL.
Nel 1994 questo rapporto superava il 10% (contro il 3% massimo richiesto dal trattato di Maastricht come requisito di ammissione all'Unione Monetaria Europea). L'energica politica di contenimento della spesa e di incremento delle entrate perseguita a partire dal 1994 (la famosa “tassa sull’Europa”) è riuscita a riportare il suddetto rapporto nei limiti richiesti dal trattato.

Riassumendo:
Sono due gli indici che il buon governo di una Nazione deve tenere sotto controllo;
1) Il rapporto fra il Debito Pubblico e il PIL.
L’Europa chiede agli Stati membri che l'ammontare ideale del Debito Pubblico non superi il 60% del rapporto con il PIL (cioè, se è fatto pari a 100 ciò che produce annualmente l’Italia come ricchezza, i titoli del Debito Pubblico in circolazione non devono superare l'ammontare di 60).
Ad inizio 2009 l’Italia era al 106%, ed è chiaro che il rientro dell'ingente Debito Pubblico, ossia la sua riduzione verso il livello considerato accettabile del 60% del PIL, non potrà che avvenire lentamente e molto gradualmente negli anni.
Ma purtroppo in questi giorni, anche se il Cavaliere azzurro al governo nega tale circostanza, il Debito Pubblico ha ricominciato a salire ed ha raggiuntro l'altezza considerevole del 117%.
Ciò vuol dire che le nostre Autorità spendono sempre più di quanto incassano , e per spese non strutturali, cioè che non accrescono la ricchezza dell'Italia.
E' quindi ipotizzabile che, con questo andazzo, a breve la luna di miele tra la principessina Italia e il cavaliere azzurro, che aveva fatto tante promesse mirabolanti che non ha saputo mantenere si stia avviando verso una fase di stanca se non di rigetto.

2) Il rapporto fra il disavanzo di bilancio (deficit) e il PIL
L’Europa chiede agli Stati membri che l'ammontare delle spese non coperte da entrate fiscali o deficit non superi il 3% del rapporto con il PIL (cioè, se viene fatto pari a 100 ciò che produce annualmente l’Italia come ricchezza, si possono programmare spese non coperte da entrate, cioè in disavanzo, fino a 3 e non di più).
In altre parole, se il PIL italiano è uguale a 150 miliardi di euro, si possono effettuare spese non coperte da imposte fino a un massimo di 3*150miliardi)/100 = 4, 5 miliardi di euro.
Attualmente l’Italia è al 5,3%, con tendenza al superamento anche di tale soglia già allarmante.
E tuttavia, speriamo in bene.



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8 ottobre 2008

48) I soldi e il Vaticano





I soldi e il Vaticano

Il Papa ci ammonisce che i soldi prima o poi svaniscono, che la ricchezza è effimera, ed è portatrice di infelicità e disperazione, come è dimostrato in questi giorni di crisi economica universale.
I soldi non devono contare più di tanto nella nostra vita, perché prima o poi svaniscono, le borse crollano, le azioni e i titoli diventano carta straccia.
I valori fondamentali della vita sono infatti quelli spirituali: la giustizia, l’amore verso il prossimo, la carità intesa non come elemosina ma come aiuto concreto agli altri in necessità.

Questa doverosa presa di posizione a favore dei valori spirituali, è certamente una scelta coraggiosa da parte della massima Autorità Morale del nostro mondo ed è bene che venga accolta e seguita da tutti.
C’è però una stonatura in questo richiamo morale.
Peccato infatti che questi benedetti soldi, il Vaticano se li tenga ben stretti e nascosti sia nello Ior, (la sua banca, che di fatto amministra diversi miliardi di euro per manovre non sempre del tutto chiare o chiarite), sia investiti in importanti banche americane, attraverso il possesso di centinaia di milioni di dollari di titoli Usa.
Un cenno a parte merita lo sterminato patrimonio immobiliare dal valore inestimabile, esente in quasi in tutto il mondo da imposte o da gravami fiscali per la sua dichiarata utilizzazione sociale.
Le opere d’arte poi, di proprietà vaticana, sono di fatto valutabili a una cifra incalcolabile.

Il Papa ci dice che quello che conta è solo la parola di Dio.
E allora perché la Chiesa possiede tutte questo ben di Dio? (o di Mammona come alcuni dicono?).

Se ne deduce che i soldi e le ricchezze, al Vaticano gli interessano, eccome.

Il Vaticano non ci pensa neppure lontanamente a vendere anche solo una parte di questa immensa ricchezza così ostentata e scandalosa, per devolverne gli introiti in opere di carità o in aiuti sociali a popolazioni indigenti.
Semmai questo è quanto viene consigliato di fare ai fedeli, è la via che viene indicata al gregge di seguire, ma che non necessariamente deve essere percorsa anche dal pastore o dai pastori.

Per costoro valgono regole e strade diverse.
Fatte di soldi e di ricchezze.
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